Venus Vibes. È il nome di una scommessa che arriva dal cuore della nightlife milanese con l’ambizione di ridisegnare il rapporto tra donne, consolle e industria musicale. L’etichetta, nata dalla collaborazione tra Kdope e una rete di professionisti del settore, si presenta come un progetto di co-branding che vuole trasformare un gruppo di ragazze in protagoniste assolute della scena pop e pop-dance, offrendo brani esclusivi, supporto artistico e una narrazione costruita ad hoc. Sulla carta, l’idea ha il sapore giusto: creare un ecosistema dove il talento femminile non sia più un’eccezione ma la regola, superando gli stereotipi che per decenni hanno relegato le dj a un ruolo marginale o, peggio, ornamentale. E il fatto che l’operazione venga raccontata anche attraverso un libro, ‘LADY-J, Quando le donne dominano la dance’, suggerisce una volontà di lasciare un segno culturale, non solo commerciale.
Eppure, guardando con occhio critico a questa operazione, viene spontaneo chiedersi quanto di tutto questo riesca davvero a scardinare le dinamiche di potere che hanno sempre caratterizzato il mondo della musica elettronica. Venus Vibes si muove in un contesto internazionale già segnato da esperienze simili: dalla pionieristica Women On Wax di Detroit alla britannica Lady of the House, passando per Femme Culture e Club Queen Records, tutte realtà che hanno scelto di mettere al centro le produzioni femminili e non binarie. La novità italiana sta forse nell’approccio integrato che fonde etichetta discografica, storytelling editoriale e un’estetica fortemente orientata all’immagine. Il progetto parla esplicitamente di “bellezza come mezzo per amplificare il talento”, un’affermazione che può essere letta in due modi opposti: da un lato come realistica strategia di comunicazione in un mercato che chiede presenza visiva, dall’altro come una potenziale trappola che rischia di riproporre proprio quegli stereotipi che si vorrebbero superare.
Se è vero che il percorso artistico delle ragazze coinvolte viene sostenuto con l’obiettivo di farle diventare dj professioniste e performer di successo, la vera prova del fuoco sarà capire chi detiene realmente il controllo creativo e produttivo. In passato, iniziative simili hanno talvolta scontato il limite di presentare le artiste più come testimonial di un’identità di marca che come autrici consapevoli del proprio suono. Venus Vibes promette invece di fornire “una piattaforma solida per una carriera di successo a lungo termine”, e sarà su questo punto che il progetto verrà giudicato. La scena milanese, del resto, è già in fermento: eventi come DJ Woman on the Consolle Carpet e la cornice del JustMe dimostrano che esiste un pubblico pronto a sostenere una narrazione diversa, ma anche che la strada per costruire una reale alternativa alla tradizionale programmazione maschile è ancora lunga.
In definitiva, Venus Vibes arriva nel momento giusto, quando il dibattito sulla rappresentanza nei club e nelle etichette è più acceso che mai. La sua ambizione di diventare “la colonna sonora di un movimento” non può limitarsi a un’operazione di immagine, per quanto ben confezionata. Perché il vero empowerment, nel mondo della musica elettronica, si misura sulla capacità di cedere il microfono, di lasciare spazio alla sperimentazione e di riconoscere alle artiste il ruolo di protagoniste non solo sul palco, ma anche nei processi decisionali. Se Venus Vibes riuscirà a fare questo, allora il suo nome non sarà solo un gioco di parole, ma una promessa mantenuta.

